Racconti di guerra - Africa Orientale:
Celgà 18 Aprile 1937
de IK1ATK Salvo
La mia prima esperienza di radiotelegrafista.
Il giorno 18 aprile 1937, col grado di sergente d’Artiglieria fui mandato in Etiopia per le operazioni di polizia coloniale, la sede di destinazione fu Gondar, “ultimo Presidio, dell'allora A.O.I. ad essere stato sopraffatto dopo sette mesi d’assedio, durante la seconda guerra mondiale”. In Artiglieria ero già specialista per le trasmissioni, che a quell’epoca avvenivano con bandiere semplici, (erano bandiere piccole, che, tenute in orizzontale con le braccia aperte; abbassandone una si indicava un punto ed, abbassandole entrambe una linea) ed a lampo di colore (queste erano fatte con doppio strato di stoffa; la parte di sotto era bianca e quella di sopra, tagliata a strisce e collegate da elastici, era rossa; tirando le estremità della bandiera stessa appariva la zona bianca che, con apertura breve indicava un punto e, con apertura più lunga una linea) e con eliografo che, di giorno funzionava con i raggi del sole e di notte con energia elettrica fornita da una pila a secco; è naturale che tutte le trasmissioni avvenivano con l’alfabeto Morse. Con gli aerei si comunicava per mezzo di grossi teli colorati e con il relativo codice.
Il 19 novembre 1938, dopo un breve corso presso la 22^ Compagnia marconisti di Gondar, in seguito ad una prova d’esame fui scelto tra tutti gli allievi, alcuni dei quali erano presenti all’insegnamento molto tempo prima del mio arrivo. Nominato radiotelegrafista, fui incaricato dal comandante, Capitano Guido Festa, di scegliere tra i frequentatori del corso un allievo di mio gradimento come secondo operatore, di ritirare presso il magazzino una stazione radio R4, completa di antenna e relative batterie a secco per l’alimentazione, e di prepararmi per la partenza che sarebbe avvenuta il lunedì successivo, aggregandomi ad una colonna di autocarri per andare a sostituire un collega nel Presidio di Celgà, distante circa 50 km. da Gondar. Con la radio mi fu dato solo il tasto verticale (attrezzo per trasmettere con segnali Morse) perché, essendo la stessa di bassa potenza, con una portata di 120 km in telegrafia e 20 km in fonia, non sarebbe stato possibile effettuare i collegamenti dal Presidio dove ero destinato con Gondar; “in radiotelegrafia, con radio delle stesse caratteristiche, si riesce a coprire una distanza più del doppio rispetto alla radiofonia”.
Bisogna precisare che l’Etiopia non era stata mai occupata integralmente ed alcune zone erano impenetrabili, e se a volte si facevano dei tentativi, i militari che ne prendevano parte; quasi sempre si trattava di un Battaglione di ascari (soldati abissini) comandati da ufficiali e sottufficiali italiani, tornavano alla sede con grandi perdite.
Celgà era un Presidio completamente isolato e gli unici mezzi di collegamento erano la radio ed un fidato corriere abissino che, periodicamente, veniva mandato a piedi a Gondar per portare e ritirare la posta. A causa delle piogge e del pericolo al quale si andava incontro, per colpa di guerriglieri locali, veniva rifornito di viveri ed altre necessità una sola volta all’anno, alcuni generi, come i medicinali, ci venivano lanciati da un aereo Caproni 33; si era, quindi, costretti ad organizzare colonne con grossa scorta armata. La strada che portava a Celgà era costituita da una pista e si poteva percorrere solo nei mesi estivi. Di quel trasferimento conservo un ricordo che non dimenticherò mai.
Per raggiungere Celgà ci volevano due giorni. Nei miei appunti trovo che era il 21 novembre 1938. La colonna che trasportava viveri ed altro e della quale facevo parte era partita al mattino; a tarda sera eravamo giunti a metà strada, era ormai quasi notte, cosi, dopo i dovuti accorgimenti di difesa da parte della scorta armata, facemmo sosta, mi fu dato l’ordine di impiantare la stazione che, come ho accennato, era di bassa potenza e veniva alimentata da batterie anodiche a secco. L’ufficiale addetto mi portò un messaggio da trasmettere, era la prima volta che mi accingevo a farlo ed il cuore batteva forte; è naturale che il mio corrispondente era continuamente in ascolto sulla frequenza assegnataci; ebbene, timidamente, mi misi al tasto e feci la chiamata, dopo qualche istante giunse la risposta; al sentire quel segnale per la prima volta, mentre mi trovavo in una fitta boscaglia, nel silenzio delle ore notturne, mi sembrò di aver toccato il cielo con un dito. Il quadro di quella notte stellata mi appare ancora nitido d’avanti agli occhi. Fu questa la mia prima, meravigliosa, esperienza di radiotelegrafista. Il giorno dopo raggiungemmo Celgà e diedi il cambio al collega che era lì già da qualche mese, e che rientrò a Gondar con la stessa colonna.
La guarnigione esistente nel fortino di Celgà, era costituita, in maggioranza, da artiglieri padri di famiglia, magari numerose, che, dato il periodo di grande miseria che attraversava l’Italia, erano venuti in Etiopia per sbarcare il lunario, difatti, la loro paga era di lire cinque giornaliere ed, inoltre, le loro famiglie in Italia percepivano il sussidio, cosa che gli permetteva di condurre una vita più agiata.

Grazie alla mia specializzazione di radiotelegrafista mi rimaneva molto tempo disponibile perché, oltre agli appuntamenti radio, non avevo nessun altro impegno. Possedevo una macchina voigtlander 6x9 ed ogni tanto facevo qualche fotografia che, per mezzo del corriere, mandavo a Gondar per farle sviluppare, cosa che richiedeva molto tempo e, visto il grande desiderio da parte di tutti di inviarne qualcuna a casa, mi attrezzai per svilupparle e stamparle, in modo molto elementare, personalmente; rivestii l'interno della mia baracca, che era fatta di paglia, con stoffa nera; per mezzo del corriere mi feci acquistare un torchietto, acido per sviluppo, acido per fissaggio, bacinelle, carta per la stampa e parecchi rotoli di pellicole; con le pile esaurite della radio feci un impianto per luce rossa e, dopo avere scattato le fotografie, sviluppavo il rotolo, tagliavo i negativi e, uno alla volta, li mettevo nel torchietto; ci mettevo la carta da stampa sopra ed usavo una torcia elettrica per dargli la luce necessaria. All’inizio le cose erano abbastanza difficili per stabilire il tempo di illuminazione giusto per la stampa, ma una volta presaci la mano era un divertimento. Le richieste da parte dei soldati erano tante e, spesse volte, passavo alcune ore della notte a stampare fotografie; il lavoro più difficile era quello del lavaggio, che, non avendo acqua corrente, diventava molto laborioso, difatti, a volte, qualche fotografia mi rimaneva macchiata di acido. L’impresa, in ogni modo, fu molto fortunata perché mi permise di avere un buon guadagno, pur facendo pagare, le fotografie, molto meno di quello che prendeva il fotografo per lo stesso modello di stampa.
Il 25 gennaio 1940, dopo più di un anno di permanenza a Celgà, rientrai a Gondar, dove, per un breve periodo feci servizio al Centro Radio e frequentai un corso che mi diede la nomina a caporadiotelegrafista, cosa che mi fu molto gradita perché dalle lire 2,32 giornaliere che prendevo come specializzazione di radiotelegrafista passai a lire 5,668 per la qualifica superiore, “all’epoca era una buona somma”.
Il 20 giugno 1940 fui assegnato, come capo centro radio a Bahir Dar, una base logistica che si trovava a sud del Lago Tana, all’origine del Nilo Azzurro. Avevo una stazione da 15 Watt usata per il traffico con Gondar, che smaltiva anche i telegrammi del locale Ufficio Postale, una R4 per collegare i presidi interni ed una per avvistamento velivoli; eravamo in piena guerra. La stazione adibita all’avvistamento velivoli l’avevo impiantata in un rifugio sulla riva del Lago, questa era collegata, a mezzo di una linea telefonica da campo, con la linea di volo del locale aeroporto, dove erano sempre pronti due piloti con i relativi aerei da caccia CR 42. Quando, grazie alla rete d’avvistamento, veniva segnalato che aerei nemici si dirigevano verso i Presidi interni, il radiotelegrafista addetto avvertiva i due piloti, i quali decollavano subito per andare a portare la loro difesa, cosa che non sempre andava a buon fine.
Il 29 aprile 1941 fummo costretti ad evacuare da Bahir Dar, le cose andavano verso il peggio, e rientrammo a Gondar.
L’11 giugno del 1941 fui assegnato al Presidio di Amba Devà, all’osservatorio, nella cinta fortificata di Gondar con una stazione radio da 15 Watt che veniva alimentata con batterie a secco in ricezione, mentre in trasmissione veniva usato un generatore a pedale. Il mio cuore gioisce al pensare che, grazie alla mia 15 Watt ed alla grande invenzione del nostro beneamato Marconi, molte persone riuscirono a mettersi in salvo, perché gli aerei inglesi che venivano a bombardare Gondar passavano sempre sulla mia postazione, che era nella parte più alta. Esisteva, anche qui, una rete di avvistamento velivoli, ne ricordo ancora i nominativi; il mio era XMV, la stazione che era a Gondar XMX; quando giungevano gli aerei invitavo il mio aiutante, che si chiamava Bruno, a pedalare e davo la notizia degli aerei che si dirigevano su Gondar; dalla mia postazione riuscivo a vedere tutto, ed era con gioia che, dopo qualche istante, sentivo le sirene fischiare, dando modo a tutti di mettersi al sicuro nei rifugi. Da parte nostra avevamo una scarsa difesa; solo una mitragliatrice quadrinata, i nostri moschetti ed un aereo da caccia CR 42 che quando decollava aveva le munizioni contate ed era impotente contro gli aerei Flaying fortress “fortezze volanti” che venivano a bombardare Gondar. Però, una volta, con l’arrivo degli aerei, le cose cambiarono; ricordo che era un tardo, nuvoloso pomeriggio, sentivo degli aerei che si avvicinavano ma non li vedevo, e, come al solito, dissi a Bruno: pedala! Chiamai XMX e comunicai: Attenzione! Aerei nemici si dirigono su di voi; mi fu chiesto quanti erano, andai fuori ed a stento riuscii a vedere che erano in cinque, e manipolai: cinque! cinque! Mi fu chiesto il tipo; andai ancora fuori e notai che erano cacciabombardieri, trasmisi ancora: cacciabombardieri! cacciabombardieri! Ma ormai gli aerei erano sulla nostra postazione ed, al contrario di tutte le volte precedenti, incominciarono a scaricare il loro carico di bombe su di noi; ci buttammo a pancia a terra e, alla fine del bombardamento, con meraviglia, ci accorgemmo che eravamo rimasti illesi; penso che, grazie alla nostra postazione, che si trovava nella parte più alta della collina, le bombe, nell’avvicinarsi al suolo ed incontrando maggiore resistenza dell’aria, furono deviate tutte intorno alla collina stessa.

Ormai eravamo accerchiati da quasi sette mesi e mancava tutto. Alcuni giorni prima del 27 novembre 1941, giorno della caduta di Gondar; a causa della cattiva nutrizione, si mangiava una quantità scarsa di riso con la buccia, qualche pugno d’orzo abbrustolito, quando si riusciva ad averlo da qualche ascaro (soldato abissino) che andava a rubarlo nei campi fuori della nostra postazione, e finocchi selvatici; fui preso da un forte attacco di appendicite con peritonite. Dopo sette giorni di atroci sofferenze, fui caricato su una barella usata da otto persone che si davano il cambio, e, dopo alcune ore di mulattiera, sotto la minaccia di un aereo nemico che solcava il cielo; “si vede che fotografava il suolo per preparare l’offensiva”; ricordo che tutte le volte che passava sulle nostre teste, i militari adagiavano la barella a terra ed andavano a ripararsi dietro qualche grosso sasso. Io rimanevo lì ad osservare l’aereo e mi aspettavo mi dessero una mitragliata, ma per fortuna non fu cosi. Raggiungemmo la camionale e fui caricato su un automezzo di passaggio che mi portò in Ospedale, dove, a causa del troppo tempo trascorso dal mio attacco di appendicite, non fu possibile operarmi. Era il 4 novembre 1941. Il professor Maselli (ne ricordo il nome), a seguito mia insistenza di operarmi, a causa dei forti dolori che mi affliggevano, mi disse le seguenti, testuali parole: “non sono un macellaio, metterti le mani addosso ora, vorrebbe dire mandarti all’altro mondo, dovevi farti ricoverare prima”. Dal reparto chirurgia, dove ero stato ospitato, fui trasferito al reparto medicina e sottoposto ad una serie di punture per mitigare l’infiammazione intestinale, prima di procedere all’intervento. Dopo alcuni giorni dal mio ricovero. Gondar fu sopraffatta dalle preponderanti forze nemiche, che erano composte di soldati di numerose nazionalità; indiani, senegalesi, australiani, neozelandesi, ecc…. ed io, anche se non ero affatto guarito ed in condizioni di salute disastrose, dovute all’infiammazione intestinale ancora esistente, per far posto ai soldati nemici feriti, fui inviato nel campo di concentramento provvisorio del Castello di Fasilides in Gondar, era il 30 novembre 1941. Tutto ciò che avevo, compreso un grosso patrimonio di fotografie, tra le quali ve ne erano molte che mostravano usi e costumi abissini, rimase in prima linea. Ma, per fortuna, oggi sono qui, maresciallo in pensione, all’età di quasi 90 anni a raccontare queste cose. Non è meraviglioso?
Salvatore Marino.
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