Racconti di guerra - Africa Orientale:
Gondar 5 Ottobre 1941

de IK1ATK Salvo

Il mio battesimo del fuoco.

Il giorno 5 ottobre 1941 mi trovavo in una postazione della cinta fortificata di Gondar, allora Africa Orientale Italiana, che era già accerchiata da circa 6 mesi, il mio incarico era marconista ed avevo una stazione radio da 15 Watt. La mia postazione era un osservatorio nella parte più alta della collina, denominata  “Amba Devà”.

Nel pomeriggio di quel giorno, ricevetti un telegramma dal comando della  22^ compagnia marconisti che mi ordinava di prepararmi per partire,  il giorno dopo, con la mia stazione, unitamente al mio aiutante che si chiamava Bruno, senza specificarmi il motivo,  e di raggiungere un reparto d’Artiglieria che si trovava sulla strada camionale. Mi furono forniti due muletti a basto per il trasporto della  stazione  e, come viveri per 3 giorni, ci furono dati alcuni cucchiai di farina di ceci ed una piccola quantità di tè e zucchero ciascuno, dicendoci che avremmo trovato qualche altra cosa da mangiare al reparto d’Artiglieria,  nostra prima tappa.

Al mattino del 6 ottobre 1941, dopo aver caricato il tutto sui muletti c’incamminammo, a piedi,  lungo la discesa. Per giungere sulla strada  bisognava percorrere alcune ore di mulattiera. Nel tardo pomeriggio arrivammo al reparto d’Artiglieria, dove ci fu riferito  che non avevano viveri da darci e, come ricovero per passare la notte, ci fu indicata una nuda baracca con poca paglia sparsa sul selciato. Eravamo stanchi, così, riparati da una coperta che avevamo con noi, ci buttammo su quell’acciottolato e ci addormentammo. Il mattino dopo, sempre senza conoscere la destinazione, fummo accodati ad una colonna e c’incamminammo lungo la strada. Nel pomeriggio giungemmo alla sede di un reparto del Genio, vidi a poca distanza una forgia accesa, dissi a Bruno di prendere le nostre gavette e di andare a cuocere quei pochi cucchiai di farina di ceci che ci avevano dato; come risposta mi fu detto: “se vuole la sua la cuocio tutta, io preferisco conservarmene la metà”;  gli dissi: siamo qui che non conosciamo il nostro destino e non sappiamo quale fine potranno fare quei pochi viveri che ci hanno dato e noi stessi; comunque, fanne solo la metà. Eravamo fermi, mentre continuava l’assembramento di altre forze, e seppi, soltanto durante quest’attesa, che eravamo destinati a fare una puntata offensiva su Amba Gheorghis, dove si trovava un Presidio nemico. Fui chiamato dall’ufficiale d’ordinanza e mi fu spiegato quale era il mio compito. La colonna era costituita da un Battaglione d’assalto, un Battaglione di rincalzo e da una batteria d’artiglieria con cannoni da 127, che era schierata a poca distanza dall’obiettivo che dovevamo raggiungere. Questi reparti erano stati recuperati dalle postazioni della cinta fortificata di Gondar che, per tre giorni, rimase quasi sguarnita. Io con la mia stazione radio ero destinato al seguito del Colonnello Liuzzo, comandante della colonna. Con me erano collegate, una stazione radio installata presso la batteria d’Artiglieria ed una col battaglione di rincalzo. Mi fu data la frequenza ed i nominativi. “Penso che questa puntata offensiva nelle linee nemiche fu organizzata  a scopo di propaganda; perché non ne eravamo in grado, infatti, qualche giorno dopo si seppe che, da parte dell’allora Governo italiano  ci furono commenti, come: “i gondarini, anche se scalzi ed affamati, hanno fatto incursione nelle linee nemiche”. Era ormai tarda sera e ci venne dato l’ordine di iniziare la marcia; io ero, naturalmente, in testa alla colonna, al seguito del Comandante e di un gruppo di ufficiali, la strada era tetra e tortuosa ed ogni tanto ci veniva ordinato di spostarci a destra o a sinistra per paura che il centro della strada stessa fosse minato. Dopo aver camminato per alcune ore; eravamo forse a poca distanza dalla méta, ci fecero fare sosta perché dovevamo trovarci all’alba sul posto. Ricordo che la carreggiata era umida ed anche i prati adiacenti la strada stessa erano bagnati dalla rugiata della notte, l’unico posto asciutto, in apparenza, era un mucchio di brecciame pieno di angoli taglienti, era quello che si ricavava una volta rompendo grossi sassi con una mazzetta di ferro per pavimentare le strade, ci stesi sopra la mia coperta e, dopo pochi minuti, a causa della eccessiva stanchezza fui preso da un sonno profondo; non sò quanto tempo avevo dormito, forse un ora,due, e quando fui svegliato per proseguire il cammino, mi sembrò di aver dormito per una notte intera. Sempre con precauzioni di difesa, riprendemmo la marcia e giungemmo nei pressi di Amba Gheorghis, dove, nella vallata a destra si vedeva la postazione nemica, mentre a sinistra della strada c’èra una scarpata di alcuni metri. Mi fu ordinato di salire quel pendio e di raggiungere la sommità, dove c’èra un avvallamento, e di piantare lì la mia stazione in attesa di ordini. Incominciai la salita con i due muletti ed il loro carico e con Bruno, ma giunti a metà fummo attaccati da un improvviso, spaventoso mitragliamento e fucileria; e pensare che fino a quel momento non avevamo subito nessun disturbo; si vede che ci avevano aspettati al varco; le pallottole fischiavano in grande quantità, e ci fu un fuggi fuggi, pure io e Bruno, per spirito di conservazione, cercammo riparo dietro i muletti, ma poi pensai che era necessario impiantare la stazione e, sfidando il pericolo, continuai la salita, raggiunsi l’avvallamento e predisposi la radio. Dopo qualche minuto venne l’ufficiale d’ordinanza e mi portò un telegramma che chiedeva l’intervento dell’Artiglieria, accesi l’apparato e dissi a Bruno di pedalare, “la stazione in trasmissione veniva alimentata da un generatore a pedale”  ma, con mia sorpresa, vidi che la dinamo non dava corrente, e fu con grande fortuna che, ricordandomi di ciò che mi avevano insegnato al corso; presi due pezzi di filo di rame, li collegai alla batteria a secco e la eccitai; riuscii a farlo in  pochsissimo tempo; trasmisi il messaggio e fu con grande gioia che, dopo qualche istante, vidi arrivare sulla postazione nemica, i proiettili sparati dai nostri cannoni, che causarono la  fuga di tutti quelli che la componevano e l’arresto del loro mitragliamento. Mi fecero trasmettere altri messaggi che chiedevano l’allungamento del tiro, e, dopo che il nemico era in fuga partì l’assalto del nostro Battaglione, che, giunto sul posto fece scoppiare una riserva di munizioni, razziò alcuni capi di bestiame, dei quali avevamo estremo bisogno e, per non correre rischio, incominciò subito il ripiegamento. Ormai l’obiettivo prefisso era stato raggiunto, ed ora non ci rimaneva che cercare di tornare a casa con il  minor numero di perdite, è naturale che le truppe nemiche c’inseguissero. Io ero rimasto nella mia postazione ed attendevo ordini che non arrivavano mai, e venni a trovarmi  tra il fuoco della nostra retroguardia e quello del nemico che ci correva dietro, le pallottole fischiavano sulle nostre teste, mi vedevo in pericolo, così dissi a Bruno: si vede che si sono dimenticati di noi, spiantiamo! Cosa che facemmo, ma, appena caricata la stazione sui muletti, ecco giungere l’Ufficiale d’ordinanza con un telegramma da trasmettere all’artiglieria; il quale diceva:  “ore 8,30 tirate su Ghevescià et rotabile” che era la postazione dove ero io, guardai l’orologio e vidi che erano già  le 8,10, feci presente all’Ufficiale che rimaneva  pochissimo tempo e che avrei corso il rischio di farmi tirare i proiettili addosso, mi replicò di fare alla svelta e di portargli  la conferma dell’avvenuta trasmissione. In tutta fretta reimpiantai la stazione ed inaspettamente mi accorsi che questa volta era il ricevitore a non funzionare, non so se ciò fu causato dalla fretta o dalla vetustà della mia 15 Watts, ma non mi persi di coraggio, dissi a Bruno di pedalare, e lanciai: “Attenzione! attenzione! Mio ricevitore non funziona, trasmetto messaggio; ore 8,30 tirate su Ghevescià et rotabile”, lo ripetei per tre volte e poi spensi tutto. Sempre con premura, ricaricammo il tutto sui muletti, raccolsi il mio moschetto, e dissi a Bruno di raccogliere il tascapane dove vi era la rimanenza di quei pochi viveri che ci avevano dato e di seguirmi, non nascondo che la paura che il nemico ci arrivasse addosso era tanta, ed anche per questo mi precipitai di corsa  per la discesa; raggiunta la rotabile mi avvicinai al Colonnello Liuzzo, che era in compagnia dell’Ufficiale d’ordinanza, e fu proprio in quel momento che partì il primo colpo di Artiglieria, l’ufficiale guardò l’orolgio ed esclamò: che puntualità! Erano le ore 8,30 precise. A quest’affermazione il Colonnello andò sulle furie dicendo che l’ufficiale non aveva capito nulla; difatti era successo che, quando il Colonnello aveva dettato il telegramma, aveva detto: tra mezz’ora tirate su Ghevescià et rotabile, ma intendeva dire mezz’ora dopo l’avvenuta trasmissione del telegramma stesso, in questo modo avremmo avuto il tempo di allontanarci dalla zona che doveva essere colpita, ma l’ufficiale, alla parola “tra mezz’ora” guardò l’orologio, erano le otto, e scrisse ore 8,30, poi impiegò circa 10 minuti per venire da me; quindi, il telegramma venne trasmesso alle 8,15, in questo modo il cannoneggiamento fu anticipato di un quarto d’ora. I proiettili, per fortuna, cadevano tra la colonna che era sulla strada ed i fiancheggiatori. Ero esterrefatto e molto preoccupato, perché mi sembrava che la colpa fosse mia; anche se, a testimonianza della mia incolpevolezza, conservavo l’originale del telegramma.

Intanto Bruno con i muletti mi aveva raggiunto ed io dissi al Colonnello che se voleva avrei potuto impiantare la stazione radio e dare il cessate il fuoco all’artiglieria, ma mi fu risposto di andare avanti per la

strada e stare attento; in caso fossero venuti gli aerei nemici a bombardarci, cosa che ci aspettavamo, di mettere in salvo la stazione radio, e mandò un Ufficiale, di corsa, a dorso di un muletto, a dire all’artiglieria, che non era distante, di sospendere il fuoco, cosa che, con mio grande sollievo, avvenne dopo qualche minuto,  Lungo la strada, prima di raggiungere il reparto d’Artiglieria, fui sorpassato da una macchina con a bordo l’ufficiale addetto ai collegamenti, che, gridando mi disse: “Marino! Ti ho sentito dalla prima nota fino all’ultima, sei stato un campanello”, (era questo un gèrgo che si usava nel campo della telegrafia per dire che si trasmetteva senza fare errori), ed aggiunse: “tieni presente che, se per questa operazione  ci saranno delle ricompense, la prima dev’essere tua”. Dopo poco tempo avvenne la caduta di Gondar e la mia ricompensa se ne andò in fumo.

Giunti al reparto d’ Artiglieria, dissi a Bruno di tirar fuori dal tascapane la rimanenza della farina di ceci, lo zucchero ed il tè per far fuori tutto, tanto il giorno dopo saremmo rientrati alla sede in Amba Devà, ma con sorpresa mi fu detto che per la fretta il tascapane, con le gavette e tutto il resto, era rimasto su Amba Ghevescià, dove avevamo impiantata la stazione. Con la fame che avevamo questo non ci voleva. Per fortuna riuscimmo a recuperare qualche pezzo di galletta ed un po’ di tè dai cucinieri, che ci permise di accontentare un po’ lo stomaco. Il giorno dopo intraprendemmo la mulattiera e rientrammo alla sede di Amba Devà.  

Diano Marina, 14 giugno 2003

Salvatore Marino.

<< Torna alla lista  

Torna all'inizio