La Storia Dimenticata dei 60 Boat People Salvati dalla Motonave Italiana “Pertusola”
Fonte ufficiale: Intervista integrale ad Andrea Merluzzi Ufficiale RT — “Sconfinamenti”, RAI Friuli Venezia Giulia.
Foto 1. La Moticisterna “PERTUSOLA” durante le prime prove in mare
Nell’estate del 1978, un anno prima della missione umanitaria della Marina Militare italiana che entrerà nella storia, un episodio altrettanto significativo ma quasi totalmente sconosciuto ebbe luogo nel Mar Cinese Meridionale. A raccontarlo è Andrea Merluzzi, all’epoca appena diciannovenne, radiotelegrafista di bordo sulla motocisterna Pertusola della compagnia Carboflotta. Nel corso di una lunga intervista concessa a “Sconfinamenti”, programma della sede RAI del Friuli Venezia Giulia, Merluzzi ricostruisce due salvataggi che avvennero in acque pericolose, tra pirati, tifoni imminenti e tensioni diplomatiche di un mondo diviso in due blocchi.
Foto 2 ….Marconi …. fine agosto 1978 con sullo sfondo Capo di Buona Speranza
La Pertusola, varata nel 1975, era una petrolchimica di dimensioni relativamente piccole: 4.000 tonnellate di stazza lordaStazza lorda Una delle misure più frequentemente citate nella valutazione di un’imbarcazione è la sua stazza lorda (o GT, Gross Tonnage o Gross Register Tonnage GRT), comprendente tutti i volumi interni della nave, oltre a quelli utili per il trasporto delle merci e dei passeggeri, e quelli di servizio, gli spazi della sala macchina per il combustibile e così via.A cura di Alfredo De Cristofaro IK6IJF - INORC 231, 120 metri di lunghezza e 16 di larghezza, con cisterne in acciaio inox che permettevano il trasporto di prodotti liquidi vari, dal vino agli oli vegetali fino alle sostanze chimiche più complesse. L’equipaggio era composto interamente da italiani, come la normativa prevedeva: molti siciliani, alcuni pugliesi di Molfetta, e diversi campani tra napoletani e ischitani. Il comandante, Radicchi, era originario di Riccione.
La nave partì da Augusta nel giugno 1978, dopo un periodo in bacino di carenaggio. La rotta prevedeva l’Atlantico, con un carico di fosfati imbarcato a Safi, in Marocco, vicino a Casablanca, il passaggio di Gibilterra, il ritorno nel Mediterraneo, il transito nel Canale di Suez — da poco riaperto dopo la guerra del Kippur — e l’arrivo nel porto indiano di Kandla, sul confine con il Pakistan. Là si trovavano numerose navi sovietiche: l’URSS aveva rapporti commerciali intensi con l’India, e Merluzzi ricorda la presenza a bordo dei mercantili russi dei commissari politici, figure dotate di potere superiore a quello dei comandanti.
Foto 3. agosto 1978 in navigazione Oceano Indiano (da Sumatra al Sudafrica)
La particolarità della compagnia era quella di navigare “a busca”, cioè senza linee regolari: l’armatore comunicava di volta in volta la destinazione successiva. Poco prima dell’arrivo in India, infatti, la Pertusola ricevette un telegramma che indicava un nuovo viaggio verso il Giappone. Così, dopo lo scarico, la nave costeggiò l’India, doppiò l’estremo sud del subcontinente, superò Ceylon, imboccò lo stretto di Malacca, fece bunker a Singapore e riprese la rotta verso l’isola di Hokkaidō, destinazione il porto di Tomakomai.
È qui, tra Singapore e le Filippine, a poche centinaia di miglia dal Vietnam, che avviene il primo incontro destinato a cambiare la vita dell’equipaggio. Durante la cena serale, il terzo ufficiale Giuseppe Parlato irruppe nella saletta annunciando un problema. Avevano avvistato una piccola barca di pescatori alla deriva. A bordo, Merluzzi ricorda persone terrorizzate: erano profughi vietnamiti, partiti dalla zona di Saigon attraverso il Mekong, la cui imbarcazione portava i segni di una mitragliata subita durante la fuga. Il motore era in panne, i viveri terminati, e un enorme tifone stava risalendo dal Pacifico. Una nave straniera li aveva già incrociati senza fermarsi.
Il comandante decise di salvarli. La nave navigava in zavorra, con il bordo libero alto, ma il mare era ancora abbastanza calmo da permettere l’uso delle biscagline, le scale di corda calate sul fianco. Così, uno alla volta, vennero issati a bordo circa quindici o diciotto vietnamiti, tra cui molti bambini e perfino neonati. La sistemazione fu complicata: la Pertusola era piccola e l’equipaggio contava appena venti uomini. Furono liberate cabine, spazi di corridoio, e la cabina dell’armatore venne destinata alla famiglia con i più piccoli.
La situazione, però, era più delicata di quanto potesse sembrare. Una nave è territorio nazionale: quei profughi, dunque, si trovavano sul suolo italiano. In un contesto di Guerra Fredda e con un Vietnam appena unificato sotto Hanoi, ogni movimento di cittadini vietnamiti rischiava di creare incidenti diplomatici. Quando la stazione radio di Saigon chiamò poco dopo il messaggio di sicurezza inviato dalla Pertusola, Merluzzi avvertì il comandante. La risposta fu secca: “Dica che la barca era vuota.” Un’omissione necessaria per evitare un intervento delle autorità vietnamite o un ordine di riconsegnare i profughi.
Intanto il tifone si avvicinava. Al largo di Okinawa, il mare divenne proibitivo e la nave fu costretta a invertire la rotta fino all’altezza di Formosa. Quando la tempesta virò verso il Giappone, la Pertusola poté nuovamente proseguire, seguendo però la via del Pacifico anziché attraversare il Mar del Giappone come previsto. Arrivata finalmente a Tomakomai, si presentò un ulteriore ostacolo: il Giappone non voleva far sbarcare i profughi. La soluzione arrivò solo grazie a un intreccio di comunicazioni tra l’armatore, le stazioni radio statunitensi e i familiari dei profughi già emigrati negli Stati Uniti, che fornirono garanzia di accoglienza. Solo allora le autorità giapponesi autorizzarono lo sbarco.
Foto 4. nel luglio 1978 a Tomakomai in Giappone allo sbarco dei profughi (boatpeople). Il primo a dx è il secondo di coperta mio grandissimo amico Angelo BARBIERI
Ripartita la nave, questa volta con un carico di acido solforico destinato a Walvis Bay, in Namibia, l’equipaggio pensava che l’avventura fosse conclusa. Ma nel passaggio nuovamente vicino alla penisola indocinese, quasi alla stessa ora del primo incontro, il terzo ufficiale irruppe di nuovo durante la cena: un’altra imbarcazione stava chiedendo aiuto. Questa volta i profughi erano una quarantina. Il mare era più mosso, il rischio maggiore, e il trasbordo estremamente pericoloso. Il cuoco della nave ebbe il coraggio di saltare sulla barca vietnamita per aiutare a trasferire i bambini sulla nave italiana, evitando che cadessero in acqua.
La Pertusola fece rotta verso Singapore, dove avrebbe dovuto fare bunker. Ma il porto era nel pieno dell’emergenza boat people: diverse navi che avevano soccorso profughi erano state messe in quarantena per periodi lunghissimi, con conseguenze economiche devastanti per gli armatori. L’armatore della Pertusola inviò telegrammi cifrati, arrivando a prospettare un’ipotesi disperata: se Singapore avesse rifiutato lo sbarco, l’equipaggio avrebbe dovuto lasciare i profughi su una delle tante isole disabitate che costeggiano l’arcipelago indonesiano. Una soluzione limite che tutti speravano di evitare.
Fu l’intervento dell’Ambasciata italiana, con il coinvolgimento dell’ONU, a sbloccare la situazione. Grazie alla garanzia italiana che una parte dei profughi sarebbe stata accolta in futuro, le autorità permisero lo sbarco. Da lì, gli uomini, le donne e i bambini recuperati vennero trasferiti nei campi profughi di Kuala Lumpur, in Malesia.
Per Merluzzi, che compì vent’anni poche settimane dopo durante una traversata tra Sudafrica e Sudamerica, l’esperienza fu sconvolgente e formativa. La raccontò alla famiglia e agli amici, che inizialmente stentarono a crederci. Per anni, i profughi salvati continuarono a inviare lettere e auguri agli uomini della Pertusola: all’inizio dal Giappone, poi dagli Stati Uniti, dove molti di loro trovarono una nuova vita. Solo molti anni più tardi, rovistando tra vecchi documenti, Merluzzi scoprì perfino un carteggio tra il governo italiano, allora guidato da Giulio Andreotti, e il segretariato delle Nazioni Unite in cui si citava esplicitamente il salvataggio effettuato dalla Pertusola.
Foto 5. settembre 1978 in navigazione da Rio Grande do Sul a Porto Alegre (nel Mar dos Patos). Marconi sulla coffa a sistemare l’antenna filare….
Il silenzio che avvolse questa storia fu dovuto alla riservatezza operativa della Marina Mercantile e alla necessità, all’epoca, di evitare complicazioni diplomatiche. Ma oggi, grazie alla testimonianza raccolta da RAI Friuli Venezia Giulia, emerge una pagina importante della storia italiana. Prima ancora della grande missione della Marina Militare del 1979, la Pertusola e il suo equipaggio avevano già contribuito a salvare vite umane nel momento più fragile della diaspora vietnamita.
Una storia nascosta, umile, ma profondamente italiana, che getta una nuova luce sull’impegno del nostro Paese in uno dei drammi più significativi del Novecento.
Fonte ufficiale: Intervista all’Ufficiale RT Andrea Merluzzi, “Sconfinamenti”, RAI Friuli Venezia Giulia a cura del Dr. Massimo GOBESSI giornalista RAI del Friuli Venezia Giulia – autore del servizio.
E’ possibile riascoltare l’intervista su RAI Play Sound (è necessario registrarsi) dalla pagina del programma “Sconfinamenti”





